Tag: imprese

  • Investimenti delle aziende italiane all’estero: resilienza nonostante le sfide globali

    Investimenti delle aziende italiane all’estero: resilienza nonostante le sfide globali

    In Breve

    Qual è la propensione delle aziende italiane a investire all'estero?
    Il 51% delle aziende italiane intende investire nei mercati esteri nel 2026.
    Come viene percepito il made in Italy all'estero?
    Il 40% delle aziende considera il clima di mercato per i prodotti italiani come 'molto positivo'.
    Quali sono i principali fattori che influenzano gli investimenti?
    I costi energetici e delle materie prime sono i fattori più critici, citati dal 57% delle aziende.

    Nonostante le sfide globali come dazi, politiche protezionistiche e l’aumento dei costi di materie prime ed energia, le aziende italiane attive all’estero dimostrano una forte propensione a investire. Questo è quanto emerge dall’Osservatorio Assocamerestero 2026, che ha analizzato il sentiment delle imprese attraverso la rete delle Camere di commercio italiane all’estero.

    Secondo il report, il 40% delle aziende intervistate considera il clima di mercato per i prodotti italiani come «molto positivo», con una domanda in crescita. Un ulteriore 49% lo giudica «positivo, ma più selettivo», mentre solo il 3% mostra un atteggiamento più prudente. Le valutazioni variano significativamente a seconda dell’area geografica: in America Latina, l’80% delle aziende segnala un clima molto positivo, mentre in Africa le opinioni sono più divise, oscillando tra un quadro stabile e un atteggiamento prudente.

    In termini di investimenti, il 51% delle imprese ha dichiarato l’intenzione di investire nei mercati esteri, mentre il 26% adotta un approccio più cauto. Solo il 3% ha segnalato una riduzione dell’esposizione. Analizzando le risposte per area, si nota che in Asia e negli Stati Uniti, tutte le aziende si dichiarano pronte a investire, mentre in Europa prevale una maggiore prudenza: il 39% è orientato a nuovi investimenti, mentre il 33% adotta strategie difensive.

    Tra i fattori che influenzano le scelte d’investimento, i costi energetici e delle materie prime risultano i più critici, citati dal 57% del campione. Seguono il rischio cambio e l’instabilità finanziaria (23%), le politiche protezionistiche e la competizione tra blocchi economici (20% ciascuno), e l’instabilità normativa e politica dei singoli mercati (14%).

    Per competere efficacemente, le aziende italiane riconoscono che non basta offrire prodotti di alta qualità. Oltre la metà delle imprese intervistate ha indicato la strategia di medio-lungo periodo come prioritaria, mentre il 29% ha sottolineato l’importanza della scelta del partner locale e il 26% ha evidenziato la necessità di conoscere le regole del paese di destinazione.

    Tra i concorrenti più citati dalle aziende italiane figurano la Cina (77%), la Francia (46%) e la Germania (43%). Per affrontare le sfide del mercato, le aziende chiedono misure concrete, come una maggiore promozione coordinata del made in Italy (71%) e un sostegno pubblico all’internazionalizzazione delle PMI (49%).

    Guardando al futuro, l’82% degli intervistati prevede un ritorno alla crescita nei rispettivi mercati per il 2027. Di questi, il 24% si aspetta una crescita sostenuta, il 56% una crescita moderata e il 18% una fase di stabilità, mentre nessuno prevede un rallentamento generalizzato.

    Mario Pozza, presidente di Assocamerestero, ha commentato che il made in Italy è ancora percepito come un simbolo di qualità e reputazione, ma ha avvertito che «oggi non è più sufficiente». Secondo Pozza, nei mercati internazionali è fondamentale mantenere una presenza continua, conoscere le regole locali, scegliere partner affidabili e adattare il modello commerciale per costruire strategie di medio-lungo periodo. La qualità, ha concluso, deve essere vista come il punto di partenza e non come il punto di arrivo.

  • Il Commercio in Italia: Diminuzione dei Punti Vendita e Aumento del Fatturato

    Il Commercio in Italia: Diminuzione dei Punti Vendita e Aumento del Fatturato

    In Breve

    Qual è la riduzione dei punti vendita in Italia dal 2018?
    Il numero di negozi al dettaglio è sceso da 666.479 a 570.313, con una riduzione di circa 96mila unità.
    Qual è stato l'andamento del fatturato nel commercio italiano?
    Il fatturato complessivo del settore è aumentato del 25,7%, passando da 326,8 a 410,7 miliardi di euro.
    Quali settori hanno registrato una crescita nonostante la crisi?
    Le farmacie hanno visto una crescita del 4,2%, mentre i discount alimentari hanno raddoppiato il loro fatturato.

    Negli ultimi anni, il panorama commerciale italiano ha subito profondi cambiamenti. Tra il 2018 e i dati più recenti, il numero di negozi al dettaglio è diminuito drasticamente, passando da 666.479 a 570.313, con una perdita di circa 96mila unità, corrispondente a un calo del 14,4%. Tuttavia, in controtendenza, il fatturato complessivo del settore ha registrato un incremento notevole del 25,7%, passando da 326,8 a 410,7 miliardi di euro.

    La crisi ha colpito in particolare i commercianti ambulanti, che hanno visto una contrazione del 27,3%, e i piccoli negozi alimentari, il cui fatturato è diminuito del 17,9%. Al contrario, le farmacie hanno mostrato una crescita del 4,2%, evidenziando come alcuni settori riescano a prosperare nonostante le difficoltà generali.

    Un fattore determinante per l’aumento del fatturato è rappresentato dai discount alimentari, che hanno visto un incremento delle unità locali del 7,4%, con un aumento del 51,2% degli addetti e un fatturato che è raddoppiato, segnando un +101,1%. Questo fenomeno è in parte spiegato dall’aumento dell’inflazione, che nel periodo ha raggiunto il 19,8%, spingendo le famiglie a cercare soluzioni più economiche per i loro acquisti quotidiani.

    In aggiunta, il settore dell’e-commerce, della vendita porta a porta e dei distributori automatici ha visto un’espansione significativa, con un incremento del 13,6% delle unità locali e un fatturato in crescita del 41,9%. Questo cambiamento evidenzia un’evoluzione nelle abitudini di consumo degli italiani, che si stanno orientando sempre più verso modalità di acquisto alternative.

    Dal punto di vista occupazionale, la diminuzione dei punti vendita non ha comportato una perdita equivalente di posti di lavoro. Gli addetti al commercio sono scesi solo dell’1,8%, mentre il numero medio di addetti per negozio è aumentato da 2,9 a 3,3. Settori come l’abbigliamento e le calzature hanno visto un incremento degli addetti del 22,4%, così come gli articoli culturali e ricreativi, che hanno registrato un +21,4%, nonostante la chiusura di numerose insegne.

    Il fatturato per addetto è cresciuto del 27,9%, passando da 172mila a 220mila euro, con punte del 43,5% per le farmacie e del 50,4% per i settori dei carburanti e tabacchi. Negli ipermercati, invece, il fatturato per addetto è aumentato del 4,4%, mentre il fatturato complessivo è calato dell’8,4%, con una riduzione della dimensione media dei punti vendita del 13,6%, un fenomeno simile a quello osservato in Francia, dove il formato sembra aver raggiunto la sua fase di maturità.

    Analizzando la situazione sul piano territoriale, i dati attuali mostrano che il Sud Italia mantiene una densità commerciale superiore, con 12,1 negozi ogni mille abitanti, rispetto agli 8,8-8,9 del Nord-est e del Nord-ovest. Questa maggiore capillarità è legata a minori opportunità di lavoro dipendente, all’efficacia degli incentivi e alla crescita del turismo. Inoltre, il Sud è l’unica macroarea in cui gli addetti sono aumentati sia negli esercizi specializzati (+1,9%) che in quelli non specializzati (+10%) tra il 2018 e il 2023.

  • easyJet chiude il terzo trimestre 2026 con utile in calo del 70%

    easyJet chiude il terzo trimestre 2026 con utile in calo del 70%

    In Breve

    Qual è stato l'utile di easyJet nel terzo trimestre 2026?
    easyJet ha registrato un utile ante imposte adjusted di 85 milioni di sterline.
    Quali sono state le cause del calo dell'utile?
    Il calo è stato influenzato dall'aumento del costo del carburante e dal rallentamento della domanda dovuto al conflitto in Medio Oriente.
    Quali sono le previsioni per il futuro di easyJet?
    easyJet prevede una crescita della capacità di circa il 6% e un aumento dei clienti a doppia cifra bassa per il 2026.

    easyJet ha chiuso il terzo trimestre dell’esercizio 2026 con un utile ante imposte adjusted di 85 milioni di sterline, un significativo calo del 70% rispetto ai 286 milioni registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. Questo risultato è stato influenzato da un forte aumento del costo del carburante e da un rallentamento della domanda, in parte dovuto all’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha impattato negativamente sulle prenotazioni durante i mesi primaverili.

    Tuttavia, le prenotazioni sotto data si sono mantenute sostenute, e il management ha segnalato segnali di graduale miglioramento, con una ripresa della fiducia dei consumatori. Nel trimestre, la capacità è aumentata del 3% in ASK (Available Seat Kilometers) e i posti disponibili sono cresciuti dell’1%. I passeggeri trasportati sono stati 25,8 milioni, con un load factor dell’88,9%, in calo di un punto percentuale rispetto all’anno precedente.

    Il ricavo unitario (RASK) ha mostrato una diminuzione del 3%, ma ha comunque rappresentato un miglioramento di un punto percentuale rispetto alle previsioni fornite a maggio. Il CASK (Cost per Available Seat Kilometer) al netto del carburante è aumentato del 3%, mentre il costo unitario del carburante ha visto un incremento del 13%, comportando un aggravio di 105 milioni di sterline rispetto al terzo trimestre del 2025. Il picco dei prezzi del carburante è stato registrato ad aprile, con un costo di circa 1.800 dollari per tonnellata metrica, incidendo principalmente sulla parte di consumi non coperta da hedging.

    Il settore dei pacchetti vacanza ha mostrato stabilità, con easyJet holidays che ha registrato un utile ante imposte di 84 milioni di sterline, rispetto ai 86 milioni dell’anno precedente. Al netto dell’effetto cambi, il risultato operativo è cresciuto del 7%, e il numero di clienti della divisione è aumentato dell’8%, permettendo alla società di guadagnare quote di mercato.

    Per l’intero esercizio 2026, il management prevede una crescita della capacità di circa il 6% e dei posti disponibili intorno al 3%, con una crescita dei clienti a doppia cifra bassa rispetto ai 3,1 milioni registrati nel 2025. Le previsioni per la prima metà dell’esercizio 2027 indicano un ritorno a livelli normali di crescita della capacità, con segnali di aumento dei rendimenti dei biglietti in percentuale a una cifra medio-alta.

    Il CEO di easyJet, Kenton Jarvis, ha commentato: «L’impatto del conflitto in Medio Oriente ha continuato a riflettersi sia sui prezzi del carburante sia sulle tendenze di prenotazione durante il trimestre. Abbiamo mantenuto una politica tariffaria competitiva che ha sostenuto una forte domanda di prenotazioni sotto data per voli e pacchetti vacanza, mentre l’attenzione costante all’esecuzione operativa ci ha consentito di migliorare ulteriormente puntualità e soddisfazione dei clienti».

    La società ha confermato la sua strategia di miglioramento della redditività attraverso iniziative di efficienza operativa, lo sviluppo del business holidays e nuovi programmi di fidelizzazione previsti per il 2027. Con il ritorno a condizioni di mercato più favorevoli, tali iniziative potrebbero sostenere il raggiungimento dell’obiettivo di medio termine di oltre 1 miliardo di sterline di utile ante imposte.